Sondalo: «In corsia? Una fatica enorme. E no, non è andato tutto bene»

L’intervista Chiara Rebucci è la responsabile del reparto di Malattie infettive del Morelli «Certi ricordi mi riempiono ancora di angoscia. Ma ricordo con affetto l’ondata di generosità»

Sondalo

A cinque anni esatti dal terremoto Covid, Chiara Rebucci, responsabile del reparto di Malattie infettive del Morelli di Sondalo, fa il punto sulla pandemia e sulle sue conseguenze. Chi meglio di lei, che in provincia è stata al centro di questo vorticoso turbine capace di portarsi via 820 persone.

Dottoressa Rebucci, come è cambiato il reparto che dirige dal febbraio del 2020 ad oggi?

Con la riduzione del numero di pazienti Covid con necessità di ricovero ospedaliero, si è riconfigurato come reparto di Malattie infettive, a partire dal febbraio 2024. Accogliamo ancora pazienti con infezione da Sars Cov 2 complicata, che vengono ricoverati nelle camere a pressione negativa, ma oltre a questi abbiamo pazienti con problematiche infettivologiche che richiedono ricovero in ambiente specialistico e che ormai sono l’assoluta maggioranza.

Avete ancora pazienti Covid ricoverati?

In questo momento no. Nel corso dell’anno siamo arrivati ad avere al massimo 5-6 pazienti Covid positivi ricoverati contemporaneamente, su un totale di 20 posti letto, che sono regolarmente occupati. Nulla a che vedere con gli oltre 200 pazienti ricoverati al Morelli durante le prime tre grandi ondate del 2020 e 2021.

È un virus che fa ancora paura?

Ormai col Covid conviviamo, come con altri virus, che non vanno però presi sottogamba nelle categorie di pazienti più fragili. Abbiamo più armi, più conoscenze, e la barriera più importante che ha permesso di arginare questa infezione, cioè il vaccino, ma purtroppo si può morire ancora di Covid, anche se molto molto raramente e con numeri infinitesimi se paragonati a quelli delle prime ondate.

A cinque anni di distanza possiamo dire di conoscerlo questo virus? Continua a mutare?

Per quanto il bagaglio di conoscenze è immensamente aumentato rispetto al 2020, non tutto è ancora chiaro con Sars Cov 2, anche in relazione alla capacità di questo virus di mutare continuamente. Siamo passati dalla prima variante alla alfa, poi alla gamma, sempre nel 2020, poi a delta e omicron, con tutte le sue sottovarianti. Ogni variante differiva dalla precedente per caratteristiche strutturali, di diffusività e per alcune caratteristiche cliniche, fino alle attuali varianti in circolazione. Questo ovviamente è alla base della possibilità di reinfettarsi più volte e spiega l’importanza di ripetere annualmente il richiamo del vaccino, per le categorie fragili, aggiornato contro gli ultimi ceppi virali in circolazione

A livello di cura a che punto siamo, ci sono novità di rilievo?

Le terapie per Sars-Cov 2 attualmente disponibili sono estremamente efficaci se assunte subito, ai primi sintomi, per prevenire l’evoluzione a forme complicate di malattia. Sono terapie prescrivibili dai medici di base, si assumono per bocca, senza nessuna necessità di ricovero ospedaliero, anzi proprio al fine di scongiurarlo. Proprio per questo è importante in chi rischia di più identificare precocemente la malattia, per la possibilità di curarla efficacemente, come possiamo fare con l’influenza, per la quale esiste una terapia antivirale specifica, utile se assunta nei primi giorni di malattia. Le terapie a disposizione per le vere e proprie polmoniti da Sars Cov 2 sono anch’esse efficaci, ma purtroppo non sempre risolutive, nei casi più gravi.

Secondo lei, il vaccino anti Covid va ancora fatto? È stato messo da parecchi sotto accusa: ha colpe?

Per quello che mi riguarda, se ormai quello che è successo nel 2020 e 2021 resta solo un ricordo è solo ed esclusivamente grazie al vaccino. Ogni farmaco ha effetti collaterali, quindi anche il vaccino ha causato problemi a un numero di pazienti (ovviamente si parla di eventi avversi gravi) che resta comunque infinitamente inferiore rispetto al numero di complicanze gravi che si sarebbero verificate senza vaccinare a tappeto la popolazione, come è stato fatto nei paesi industrializzati. La realizzazione dei vaccini, efficacissimi nel prevenire le forme severe di malattia, e la campagna vaccinale, sono stati due incredibili successi della scienza e della sanità pubblica.

Fa più “danni” il Covid o il vaccino? Che tipo di conseguenze ha lasciato nelle persone ammalatesi all’inizio, quando era più tosto?

Chiunque abbia visto cosa è successo prima e dopo l’introduzione del vaccino, sia in termini di mortalità che di manifestazioni cliniche della malattia, non può avere il minimo dubbio sull’utilità del vaccino. Ancora oggi chi ha forme gravi restano i pazienti che per loro patologie di base o per terapie che assumono non riescono a rispondere in maniera efficace al vaccino. E non dimentichiamo che il vaccino sembra essere l’unica arma che possa proteggerci dal famoso post Covid, una sindrome clinica estremamente eterogenea e complessa, che però può condizionare gravemente la vita di chi è guarito da infezione non necessariamente severa. In epoca prevaccinale abbiamo avuto pazienti con esiti polmonari, neurologici, endocrinologici, cardiologici che ancora sono presenti a distanza di cinque anni.

Quando ci si ammala è ancora utile fare il tampone per capire se sia Covid o meno?

Come dicevo prima, l’utilità e il senso di farsi un tampone nel 2025 è sia di poter eventualmente assumere una terapia antivirale precocemente, indicata nei pazienti più fragili, per prevenire le forme severe di infezione e proteggere in famiglia le persone con problematiche di salute particolari.

Lei, dottoressa, che cosa ha imparato dall’esperienza Covid? Che cosa le ha lasciato come medico e come donna? E quali effetti ha prodotto sulla sanità in generale?

Gli anni del Covid sono stati una esperienza che non credo sia comprensibile se non vissuta direttamente. Ancora adesso certi ricordi non possono non riempirmi di angoscia.

Al tempo stesso questa esperienza ci ha permesso una crescita professionale e umana enorme, che credo sia l’unica cosa positiva di una pandemia che nel mondo ha fatto milioni di morti, paralizzando per mesi i sistemi sanitari delle nazioni coinvolte, peggiorando una situazione globale già pesantissima a livello sanitario, legata alla scarsità di personale.

Sicuramente la fatica è stata enorme: non tutti sono riusciti a continuare con un lavoro pesantissimo, fisicamente e psicologicamente, di cui per tanti mesi non si riusciva a vedere la fine. Ma al tempo stesso va sempre ricordata l’ondata di aiuto e generosità che soprattutto nella prima fase ci ha permesso di attrezzare reparti, di acquistare ventilatori e dispositivi di sicurezza. E vanno ricordate le persone che non hanno mai mollato: i nostri infermieri, Oss, la nostra caposala, e i colleghi che hanno sempre detto sì quando si è trattato di rientrare nei reparti Covid.

Si diceva “andrà tutto bene” e “ne usciremo migliori”, è andata così secondo lei?

Direi che non è assolutamente andato tutto bene, perché quando muoiono milioni di persone in tutto il mondo, per me di bene non c’è assolutamente niente. Ne siamo usciti migliori? Non lo so, non credo si possa generalizzare.

Sicuramente per quello che mi riguarda esisteva un mondo pre-Covid e ora abbiamo un mondo post Covid, che per certi versi forse ha perso una occasione di imparare alcune cose, anche solo il fatto che a volte dovremmo ricordarci che è bastato un pezzettino di Rna per mettere in ginocchio il nostro mondo, le nostre vite e il nostro senso di onnipotenza.

Quindi forse una riflessione su quello che nella vita conta veramente dovremmo farla tutti.

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