
Cronaca / Sondrio e cintura
Giovedì 20 Febbraio 2025
Sondrio, quei lunghi mesi con la messa in tv. Un messaggio di speranza nel buio
Tempo di fatiche e sofferenze ma anche occasione di crescita. Ne è convinto l’arciprete don Christian Bricola
Sondrio
Banchi vuoti, candele spente. A ripensarci ora, è un’immagine decisamente desolante quella delle chiese durante il lockdown: da un giorno all’altro, in parrocchia cancellato ogni tipo di attività. Soprattutto, cancellate le messe.
O meglio, cancellate le messe con concorso di popolo. Perché in quel duro periodo i preti non hanno mai smesso di celebrare, fisicamente lontani dal loro gregge, ma spiritualmente uniti a tutti i parrocchiani, specialmente i più sofferenti. Lo sa bene don Christian Bricola, arciprete di Sondrio, che tutto ad un tratto cinque anni fa ha dovuto rivedere il proprio modo di essere parroco in una situazione inedita. «Celebrare la messa con la chiesa completamente vuota, lo ammetto, è stato un duro colpo. Ho ancora negli occhi le file di banchi senza i fedeli, senza i miei parrocchiani. In quel momento così particolare, comunque, ho avuto modo di riflettere sul senso e sull’essenza della comunità», ci racconta.
Ripensando al proprio ministero sacerdotale, di una cosa l’arciprete è certo. «L’esperienza del Covid mi ha segnato, come prete e come uomo, e difficilmente potrà essere rimossa. Ricordo benissimo ancora l’incredulità iniziale, seguita, a poca distanza, dalla dura accettazione della realtà». Era il pomeriggio di domenica 23 febbraio 2020 quando – ancora puramente in via precauzionale – l’allora vicario generale don Renato Lanzetti (portato via qualche settimana più tardi proprio dal Covid, ndr) emanò precise disposizioni in materia di contenimento del contagio: sospese tutte le celebrazioni con concorso di popolo. In poche parole, messe soltanto a porte chiuse.
«È stato spontaneo per me – racconta, a tal proposito, don Bricola – adattarmi fin da subito alle indicazioni della diocesi. Se all’inizio sembrava quasi un eccesso di precauzioni, è bastato pochissimo, davvero una manciata di giorni, per capire davvero ciò che avevamo di fronte: un’emergenza inedita, da non sottovalutare».
Tornando indietro con la memoria a quei giorni drammatici, don Christian ricorda, in particolare, un dettaglio. «Eravamo tutti a casa, ma lo stesso in quei mesi siamo riusciti a essere comunità. C’è stata una Chiesa nascosta, silenziosa, fatta di uomini e donne di buona volontà che si sono presi cura l’uno dell’altro, che non hanno mai fatto mancare il proprio sostegno a chi più soffriva». Un’immagine, dunque, di speranza, in mezzo al buio del male che pareva avanzare incontrastato.
«Come Chiesa, abbiamo condiviso il dolore e le fatiche. Davvero, non sono stati mesi “vuoti”, ma, al contrario, pieni. Pieni di telefonate, di messaggi, di tempo per pregare e per riflettere sulla vita di ciascuno e della parrocchia».
E non mancano, in questo senso, le testimonianze di bene. «Stare in casa sette giorni su sette per molti è stato impegnativo, ma per altri è stata un’occasione: ricordo quel marito che, incontrandomi, mi ha detto di essersi rinnamorato di sua moglie dopo tanti anni, condividendo con lei l’esperienza del lockdown. O di quella mamma che ha ritrovato un rapporto con i suoi figli. Insomma, tante fatiche, ma anche frutti inaspettati». E poi, finalmente, con maggio il ritorno – graduale e nel pieno rispetto delle regole – in presenza. Parlare, allora, di normalità non si poteva, ma comunque «possiamo dire di essere tornati, piano piano, a un regime di ordinarietà. A Sondrio, nei mesi del lockdown, ho avuto la fortuna di celebrare la messa tutte le domeniche in tv per la mia gente: è stato prezioso, in quel contesto del tutto eccezionale».
Settimana dopo settimana, l’arciprete di Sondrio è diventato parroco un po’ di tutta la Valtellina: per vari mesi ha raggiunto i cristiani della provincia, consegnando loro riflessioni profonde a partire dal Vangelo domenicale, sempre legate al contesto di difficoltà, sempre aperte alla speranza che nasce dalla fede.
Naturalmente, però, non si può pensare di vivere a distanza in eterno. «Del resto non siamo parte, per fortuna, del metaverso: l’Eucarestia è relazione, è condivisione, è presenza», conclude don Christian.
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