
Cronaca / Lecco città
Giovedì 06 Febbraio 2025
«Pochi medici di base, assistenza a rischio»
Salute Marco Magri, amministratore della cooperativa Cosma, analizza l’ipotesi di riforma della professione: «Nel Lecchese sono previste nove Case di Comunità, le zone poco abitate potrebbero avere meno servizi».
Lecco
Bocciata, ma non del tutto. La riforma sanitaria, secondo Marco Magri, amministratore della cooperativa di medici di medicina generale Cosma (praticamente la quasi totalità dei I “medici di famiglia” lecchesi sono suoi iscritti), dice “Nì” alle novità messe in discussione in questi giorni.
La riforma sanitaria prospettata dal Governo lo interessa in prima persona.
La sua premessa è necessaria: «I medici “di base” sono diminuiti in maniera significativa negli ultimi anni e quelli rimasti sono sempre più vecchi. Sempre meno medici scelgono di stare sul territorio preferendo altre specialità. Questo fa si che in alcune aree in Italia, ma anche nella nostra Regione, sono rimaste senza un medico di famiglia e dove questo è ancora presente, il numero di assistiti è molto elevato (oltre 1500). Le difficoltà della sanità territoriale, emerse in maniera evidente durante il periodo pandemico, hanno fatto si che gli investimenti del Pnrr andassero in maniera importante a rafforzare questo settore. Ed uno dei principali investimenti è stato quello nelle Case della Comunità».
Proprio in esse il ministro Schillaci e alcune Regioni, vorrebbero farvi confluire i medici di base trasformando un contratto di tipo libero professionale a uno di dipendenza dal Sistema Sanitario.
«Un cambiamento epocale – spiega Magri - Basti pensare che oggi il medico di base deve sostenere (di tasca propria) l’ambulatorio e il personale di studio nonché tutto quanto è inerente alla propria professione, incluso il pagamento di un eventuale sostituto in caso di malattia. Il passaggio al Sistema sanitario nazionale prevede che tutto questo sia invece a carico al sistema pubblico. Viste le scarse risorse di quest’ultimo, si fa fatica a capire in che modo potrebbe sostenere questo onere».
Ma c’è un’altra domanda importante riguardo alla dipendenza: dipendenza da chi? «Il management sanitario, specialmente in Lombardia, è tradizionalmente ancorato all’ospedale, e c’è difficoltà a trovare “manager preparati”, in grado di gestire le sfide della salute sul territorio, con le Case della Comunità in prima fila. A questo riguardo abbiamo in parte forse vanificato l’opportunità della reintroduzione dei Distretti. Per questo, e tutta un’altra serie di motivi (per esempio la cassa previdenziale dei medici), è difficile che un eventuale passaggio alla dipendenza, possa avvenire in maniera brusca».
Tanto è vero che una ipotesi sul tavolo è che i nuovi medici abbiano un contratto da dipendenti e lavorino nella Casa della Comunità, mentre quelli più anziani possano restare in libera professione.
«Un pasticcio che porterebbe in poco tempo i medici di famiglia a concentrarsi ovviamente nelle Case della Comunità, lasciando sguarniti gli ambulatori periferici, con effetti negativi specialmente nelle zone poco densamente abitate, come il Lecchese, dove localizzare l’assistenza sanitaria di base principalmente solo in nove Case della Comunità potrebbe essere un problema (peraltro alcune di queste devono essere ancora costruite o terminate)».
Ma le proposte non si fermano qui, vi è anche quella di estendere l’orario di lavoro prevedendo una quota di ore presso il proprio ambulatorio e una parte presso la Casa della Comunità.
«A parte i problemi logistici e l’ovvia considerazione sul perché non si possano estendere le ore effettuate nel proprio ambulatorio (che sarebbe la soluzione preferita dagli assistiti, favorendo, magari, una maggiore assistenza domiciliare) e difficile comprendere l’effettiva efficacia di questa soluzione» conclude Magri.
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