Chiusura negozi di vicinato, «Manca ricambio generazionale e troppa concorrenza della grande distribuzione»

La testimonianza di Marco Valseschini che porta avanti l’alimentari di famiglia in piazza della Chiesa a Maggianico, che nel 2026 taglierà i sessant’anni dall’apertura. Da 924 attività di vicinato in città nel 2019 a 896 lo scorso anno, con un saldo negativo di 28 attività

Lecco

Da 924 attività di vicinato in città nel 2019 a 896 lo scorso anno, con un saldo negativo di 28 attività. «Oggi fare il commerciante non è più un’attività di richiamo per i giovani, soprattutto nel settore alimentare, gli orari sono pesanti dalle 6 del mattino alle 20 della sera per sei giorni alla settimana, ed anche i guadagni sono ormai risicati, ma nonostante tutto andiamo avanti».

Marco Valseschini, attività alimentare in piazza della Chiesa a Maggianico, porta avanti l’attività storica di famiglia che nel 2026 taglierà i sessant’anni dall’apertura. «Quando ha iniziato mio papà c’era una decina di negozi alimentari a Maggianico, ora siamo rimasti in due - prosegue Valseschini -. Il motivo? La concorrenza della grande distribuzione, gli orari di lavoro e le sempre più alte spese di gestione, se non sei proprietario delle mura è complicato andare avanti, considerato che ora pesano molto anche le bollette dell’energia elettrica, in sei c’è stato il raddoppio dei costi».

In città nel 2019 erano 924 le attività commerciali di vicinato a Lecco, nello specifico 129 alimentari, 719 non alimentari ovvero abbigliamento, calzature ma anche cartoleria e oggettistica, oltre a ferramenta e fioristi, e 76 con merceologia mista. Nel 2024 sono diventati 896, di questi 133 alimentari, 688 non a carattere alimentare e 75 con merceologia mista, come riportano nei dati dell’osservatorio regionale del commercio. Nel 2020, anno del Covid le attività in città erano 919, diventate 906 l’anno successivo con 13 chiusure. Nel 2022 i negozi erano 911 con una piccola ripresa rispetto all’anno precedente diventati poi 901 l’anno dopo e scesi a 896 lo scorso anno.

Le chiusure dei negozi in centro città, a meno che un’attività non sia storica, sono spesso veloci e quasi la gente non se ne accorge perché ne apre subito un altro: il problema è nelle periferie, nei rioni. «Noi, come altri offriamo il servizio di spesa a domicilio ai clienti, e quando hai un negozio nei rioni sei come un faro, ti accorgi se qualcuno ha un problema, soprattutto gli anziani, e sei per loro un referente, un punto d’appoggio - sottolinea marco Valseschini -. Quando un negozio chiude il territorio perde un’insegna, una luce, un presidio che è anche segnale di sicurezza». Capita che qualcuno stia male o cada per strada e si corra subito a chiedere aiuto nel negozio più vicino, ma non solo le vetrine illuminate e la presenza della gente è un deterrente contro la microcriminalità.

«In centro città c’è un continuo turn over tra chiusure e aperture, ma il numero dei negozi resta stabile – diceva nei giorni scorsi da queste colonne Giuseppe “Peppino” Ciresa, esponente di Confcommercio -. Vent’anni fa in città c’erano una cinquantina di panificatori, ora ne sono rimasti una decina, ed anche le attività storiche sono sempre meno». La colpa? «La concorrenza della grande distribuzione - aggiunge Ciresa - ma anche il ricambio generazionale che manca, ormai i giovani non vogliono più fare i commercianti e così si deve sperare di avere qualche dipendente che abbai voglia di proseguire e decida di rilevare il negozio».

© RIPRODUZIONE RISERVATA