Aggressione a Colnaghi, parla l’avvocato: «È scioccato e impaurito, condotte da arresto»

Alberto Gaffuri

Rimettersi subito in sella per lasciarsi alle spalle l’aggressione subita e, così facendo, «allontanare i fantasmi dell’aggressione in bicicletta». Questo benché la spalla lussata e una microfrattura alle costole, con una prognosi di una decina di giorni di riposo, dicano molto sul pericolo corso al rientro da una normale seduta d’allenamento.

Luca Colnaghi, domattina, sarà regolarmente al via della 30° edizione del Grand Prix Criquielion. Ciò, nonostante mercoledì sia rimasto vittima di quello che, a bocce ferme, ha tutte le sembianze di uno scontro in pieno stile Far West. O, quantomeno, non ci va tanto distante.

«Pur dolorante, è comunque partito per il Belgio. L’ha fatto più per togliersi il pensiero di quanto avvenuto dalla testa che per la prestazione in sé», dice l’avvocato Federico Balconi, che con l’associazione di promozione sociale Zerosbatti sta seguendo il corridore lecchese.

Il fatto è avvenuto mercoledì. Tra Lierna e Varenna, Luca è stato dapprima insultato e poi costretto a fermarsi da un motociclista che, dopo averlo spintonato, l’ha fatto cadere a terra. Una volta a casa, Colnaghi s’è accorto di aver perso le sue cuffiette. Tornato sul posto ha nuovamente incrociato il suo aggressore, che questa volta era in compagnia di un altro uomo. Ne è seguito il lancio un sasso contro la bicicletta, l’affiancamento con la moto e poi alcuni pugni in faccia a completare l’azione.

«Luca – spiega Balconi - è rimasto abbastanza scioccato e impaurito. Per chi come lui ogni giorno si allena nei medesimi luoghi per sei o sette ore la probabilità di incontrare nuovamente i suoi aggressori è molto elevata. Ecco perché abbiamo depositato un’integrazione di querela chiedendo l’applicazione delle misure cautelari. Il tipo di reati contestati e le condotte tenute da questi soggetti, infatti, sono compatibili con la richiesta di arresto, o di domiciliari, in attesa che la procedura sfoci in un rinvio a giudizio».

A rendere più cruda la vicenda è la futilità dei motivi alla base del fatto, un’aggravante che si aggiunge alla contestazione di reati gravi quali lesioni volontarie, aggressione, minaccia e tentato omicidio.

«Un ciclista, quando è per strada, ha già una certa ansia e adotta tutti i sistemi necessari a proteggersi da chi arriva alle spalle. Se però c’è la volontarietà di metterlo in pericolo il quadro diventa ancor più pesante. Nell’ultimo anno abbiamo assistito a un aumento di questi episodi, che nulla hanno a che vedere con la strada e sfociano in aggressioni vere e proprie: si tratta di penale puro. Chi va in bici è abituato a cadere e a rialzarsi, a sopportare dolori fisici e sportivi, ma questa volta siamo di fronte a un fatto nuovo, perché deve difendersi da criminali», conclude Balconi.

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