L’attuale dibattito pubblico verte su argomenti che rischiano di rendere marginali alcune emergenze del paese che sarebbe opportuno tenere bene a mente. Risulta, infatti, evidente che, negli ultimi anni, l’attenzione dell’opinione pubblica è stata convogliata, talora surrettiziamente, sui conflitti in Ucraina e in Palestina e sul fenomeno dell’immigrazione, temi sui quali si innestano perfettamente le strambe esternazioni di Trump assurte, ormai, a tema dominante dell’agenda pubblica. Le grandi vicende internazionali rischiano, tuttavia, di far dimenticare i nostri problemi più impellenti con i quali il cittadino è chiamato a confrontarsi quotidianamente.
In proposito, occorre rammentare l’esistenza di alcune emergenze che non possono più essere sottovalutate. Si pensi alla scuola, alla sanità, ai trasporti, settori di cui ogni cittadino deplora le innumerevoli magagne davanti alla sprezzante indifferenza di un ceto politico che appare avulso dalla realtà. Esiste, tuttavia, un’altra emergenza, non meno drammatica, rappresentata dalla giustizia. Il nostro sistema giudiziario, infatti, è vicino al collasso e, sebbene il cittadino sia avvezzo a sentir parlare dei mali endemici della giustizia penale, sarebbe utile informarlo sullo stato comatoso della giustizia civile imputabile alla carenza di magistrati e di personale amministrativo. Senza andare lontani, pensiamo al foro di Como. Il cittadino lariano che, a ragione, lamenta la lentezza dei processi avanti il Giudice di Pace, ignora che a Como vi sono appena 3 Giudici di Pace in “regime di non esclusività” malgrado la pianta organica ne preveda 10. La stessa cosa avviene per il personale amministrativo che si compone di 5 unità, anziché 10. Non finisce qui. Malgrado le carenze sopracitate, dal prossimo 31 ottobre la competenza del Giudice di Pace sarà ampliata dato che la Riforma Cartabia prevede il trasferimento di tutte le controversie in materia di condominio, le espropriazioni forzate su beni mobili e, udite udite, un innalzamento della soglia di competenza per valore (dagli attuali 30 mila ai 50 mila euro). La situazione in cui versa la giustizia lariana è solo un esempio dello sfascio della giustizia patria che annovera alcune aree di assoluto dissesto che i governi della Repubblica hanno finto, e fingono tuttora, di non vedere.
Esiste una sorta di “male oscuro” nel nostro paese che, in realtà, tanto oscuro non è. La nostra classe politica può essere certamente tacciata di ignavia, di insipienza e di inadeguatezza: difficile dissentire. Ma non c’è solo questo. Una scuola che condanna i poveri all’ignoranza, una sanità che rifiuta le cure agli indigenti, una giustizia penale che manda in galera i reietti e una giustizia civile che premia ricchi e lestofanti: possiamo davvero credere che simili aberrazioni possano essere imputate solo alla pochezza dei nostri politici? La verità è che il cittadino ha smesso da tempo di credere alla democrazia di cui ha finito per accettare questa versione caricaturale e classista che continua a ledere i diritti più elementari. Sarebbe, pertanto, semplicistico e, finanche, menzognero credere che l’involuzione oligarchica della democrazia liberale sia l’ennesimo “incidente della storia”, epifenomeno involontario e sgradito alle sue “generose” classi dirigenti. Sarebbe delittuoso dimenticare che scuola, sanità e giustizia restano i capisaldi di un solido sistema democratico: tradire questa identità significa non credere alla democrazia la quale, va rammentato, si fonda sull’uguaglianza dei cittadini, “senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali” (art. 3 Cost). Potrà sembrare strano ma c’è stato un tempo in cui tutti credevamo ai valori democratici che ritenevamo irrinunciabili e definitivamente acquisiti. Così non è, evidentemente, e sarebbe opportuno interrogarsi sulle cause che hanno determinato la lenta eclissi della democrazia liberale partendo, magari, dal celebre monito di Rousseau secondo il quale “la democrazia esiste laddove non c’è nessuno così ricco da comprare un altro e nessuno così povero da vendersi”.
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