GOVERNO E MINORANZA TUTTI DIVISI AL “FRONTE”

La prospettiva del riarmo dell’Europa che Ursula von der Leyen ha messo nero su bianco sta terremotando gli schieramenti politici italiani, sia di maggioranza che di opposizione. Del resto un tema così drammatico che non si poneva dalla fine della Seconda Guerra Mondiale non potrebbe fare diversamente in un sistema di partiti fragile come il nostro. Cominciamo dal governo.

Qui il problema si chiama Matteo Salvini. Giorno dopo giorno il capo della Lega bombarda con sempre maggiore efficacia il piano von der Leyen e tutto quello che a lui pare “bellicista”. Salvini radicalizza il proprio posizionamento a favore di Trump e non nasconde il fastidio per la resistenza che il premier ucraino Zelensky sta opponendo ai diktat di Washington. Nello stesso tempo Salvini ha ripreso a chiedere la riapertura del dialogo con Mosca, non curandosi dell’accusa di essere filo-putiniano, anzi addirittura “un agente di Mosca” come scrivono i suoi più feroci detrattori.

Non che questa sia la linea di tutta la Lega, qua e là si alzano voci critiche mentre ogni giorno si va a tastare l’umore dei governatori del Nord per sapere come la pensino e quali conti stiano facendo con i ceti produttivi che rappresentano in Lombardia, Veneto, Friuli, Trentino dove gli imprenditori temono le conseguenze di una polemica con la UE troppo accentuata.

Però è pur vero che da ultimo si è levata la voce di un moderato come il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti che se l’è presa con un piano di riarmo troppo affrettato e raffazzonato come a lui pare quello avanzato dalla presidente della Commissione europea: “I missili e i droni non si comprano mica al supermercato – ha detto – bisogna pensare a investimenti pluriennali”.

Frase che deve aver confermato a Salvini di trovare ancora una volta Giorgetti defilato rispetto a chi sogna un cambio di leadership nella Lega. Sta di fatto che Giorgia Meloni, che fa i salti mortali per mantenersi in equilibrio tra la vicinanza a Trump e la collocazione europea dell’Italia che non si può isolare nella UE, è sempre più irritata con Salvini e il suo interesse elettoralistico (a spese di Fratelli d’Italia) nell’imbracciare la bandiera trumpiana, sovranista, polemica con la UE. Nel vertice di martedì sera Meloni è tornata a chiedere moderazione a Salvini, e pare che lo abbia fatto con una certa franchezza anche se la presidente del Consiglio sa benissimo che queste ramanzine in genere sull’alleato leghista non sortiscono l’effetto sperato. A dar man forte alla premier è sceso in campo Antonio Tajani che ha rivendicato a palazzo Chigi e al ministero degli Esteri la definizione della politica estera, “e io, che sono europeista – ha insistito – sono a favore della difesa europea e del metterci al riparo dalle minacce esterne”, quelle per intenderci che vengono dalla Russia e che domani potrebbero riguardare da vicino tutti i paesi europei.

Insomma nella maggioranza il clima è torrido. Ma non per questo c’è pace nell’opposizione. Soprattutto nel PD. La segretario Schlein si è schierata contro il programma di riarmo europeo in un empito pacifista che ha sì raccolto il sostegno di tutta la sinistra interna (a cominciare da Andrea Orlando) ma nello stesso tempo ha provocato una reazione – silenziosa e quindi tanto più pericolosa – nei pezzi da novanta dell’ala moderata, da Gentiloni a Franceschini. C’è chi già vede una manovra per commissariare la segretaria che pure ha dimostrato finora una notevole capacità di resilienza e resistenza. Certo è che le parole di Elly Schlein l’hanno avvicinata di nuovo a Conte e al suo M5S, tutto schierato, in Italia come in Europa, contro il “bellicismo” della linea anglo-francese. Bocciare la Schlein significherebbe, per il PD, riallontanare la prospettiva di un’alleanza tra le più scomode che siano mai state viste nella storia della seconda Repubblica.

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