
Forse perché la ferita non si è ancora rimarginata o forse perché siamo come quelle tartarughe che si nascondono in fretta nel carapace quando si sentono minacciate, fatto sta che fatichiamo a riandare ai giorni in cui la pandemia di Covid-19 è esplosa nel nostro paese. È una sorta di istintiva difesa. Cerchiamo di rimuovere la memoria perché ha la forza di riattivare emozioni, episodi, angosce che fanno ancora male. E infatti a noi sembra che sia passato tanto tempo da quei giorni, certamente di più dei reali cinque anni.
Il primo lockdown, termine diventato popolare in quel periodo, ci ha colto di sorpresa e, soprattutto, ci è arrivato addosso senza farci percepire la gravità del suo peso. Ci siamo entrati più galvanizzati dalla novità che non angosciati dalla situazione.
Pensavamo tutti che sarebbe stata questione di qualche giorno e, certo, avremmo festeggiato il carnevale in piazza tutti insieme. Poi non è andata così. Ma, subito dopo il carnevale, eravamo certi che avremmo fatto insieme la domenica delle palme e le feste di Pasqua. E non è andata così. C’era, all’inizio, chi minimizzava e sdrammatizzava, chi invece era in ansia e in balia del panico. Poi siamo stati avvolti dal silenzio come dalla nebbia e la colonna sonora di quei giorni era quella bitonale delle sirene delle ambulanze. Ogni tanto, da qualche balcone, arrivavano le note dell’inno di Mameli, qualcuno lo cantava, qualche virtuoso dello strumento lo accompagnava alla tromba o alla fisarmonica. Gli stessi balconi si coloravano di striscioni con le scritte: “Andrà tutto bene” e: “Ne usciremo migliori”, parole contornate da arcobaleni e cuoricini, da fiori e farfalle.
Poi han cominciato a formarsi le file davanti ai supermercati con qualche irriducibile vecchietto che, pur di veder qualcuno e scambiare due parole dietro alle mascherine (merce rara e cara all’inizio), ogni giorno, tra le proteste di alcuni, stava in coda per due etti di cotto e un litro di latte.
Improvvisamente abbiamo scoperto che il nostro appartamento era qualcosa di più un alloggio per passare la notte, tra la cena e la colazione, e quella casa normalmente grande improvvisamente si rimpiccioliva, diventando anche ufficio di lavoro, aula di scuola, campo di calcio, laboratorio di panetteria…
Qualche genitore ha scoperto di avere dei figli e qualche figlio di avere dei genitori: nel senso che si è cominciato a guardarsi, a comunicare, a stare insieme in modi diversi e a conoscersi sotto tratti finora impensati. In alcune case non sono mancate tensioni e attriti. All’improvviso è esplosa la nostalgia dei nonni irraggiungibili e persino delle maestre e della scuola.
Ma dentro tutto questo ci siamo scoperti vulnerabili, proprio noi che ci credevamo onnipotenti. Ci siamo accorti che per vivere respiriamo e che prima non ci avevamo fatto caso. E se solo ci mancava un po’ di fiato, o non sentivamo un odore, andavamo in panico. Improvvisamente la scienza e la tecnologia, per le quali avevamo una fede quasi calcistica, diventavano sospette. Sembrerebbe addirittura che siano stati quelli i giorni in cui abbiamo imparato a lavarci le mani… e a lasciare le scarpe fuori sullo zerbino. Abbiamo scoperto la bellezza della vita… e la sua assoluta fragilità. Come un bicchiere di cristallo: trasparente, prezioso, duro, luminoso ma delicatissimo e sempre lì lì per andare in mille pezzi. Quanta paura si respirava. Sono stati mesi in cui abbiamo capito di avere bisogno degli altri per tutto ma anche solo per stare insieme e ci siamo ripromessi di dedicare più tempo e più cura ai nostri legami.
E poi abbiamo inventato mille modi diversi per comunicare tra noi e per sostenerci reciprocamente. Sono nati modi nuovi per pregare insieme anche a distanza e per accorgerci che siamo cristiani e apparteniamo ad una comunità anche se non ci raduniamo tutte le domeniche a messa. Mai come in quel periodo le panche vuote della chiesa erano piene del ricordo e della preghiera reciproca. Ci siamo detti che saremmo diventati resilienti e avremmo fatto di quel dramma la forza per ripartire con un entusiasmo rinnovato e tanti buoni propositi. Così abbiamo creato forme nuove di carità perché a nessuno mancasse il necessario, perché gli anziani avessero le medicine, perché la gente sola non si sentisse ancora più sola. E i giovani ne sono stati protagonisti. Siamo stati generosi, davvero tanto.
Ma non tutto è andato bene. Purtroppo. Tanti, troppi, sono morti, soprattutto tra i più fragili e gli anziani. Non ne siamo usciti migliori. E lo si cominciava a intuire dalle tensioni tra no vax e vax, tra complottisti e realisti. Lo si è capito appena passati i giorni in cui si è tornati a incontrarsi a ad abbracciarsi, dentro una routine che ben presto ha ripreso a divorare il tempo, le agende, gli incontri. Pur drammatica e dolorosa è stata un’occasione che forse abbiamo buttato. Ci siamo ritrovati più aggressivi e incattiviti e il mondo è esploso in una miriade di conflitti come non si vedevamo da molti decenni. Perché? Perché non ne siamo usciti migliori? L’anniversario di quei giorni sia un’occasione per provare a dare una risposta a questa domanda. Un’occasione da non buttare.
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