Non contano più i numeri: è il momento delle armi

Nella video-conferenza dei capi di Stato e governo della Ue, Macron è stato protagonista. Primo capo di Stato europeo ad essere ricevuto alla Casa Bianca, ha potuto riferire sullo stato d’animo di Trump. Ed è già qualcosa visto che l’imprevedibilità del soggetto rende inutile qualsiasi accordo. Si è capito che con il presidente francese c’è simpatia e di questi tempi fatti di imperatori e sudditi una medaglia da mettere al petto della vanagloria francese. Per il resto chiacchiere visto che l’obiettivo di Macron era l’ottenimento di un contingente militare europeo a guida franco-britannica da schierare tra i due fronti in caso di cessate il fuoco.

Trump non ha detto di no ma nemmeno di sì e si tiene le mani libere nella trattativa con Putin. Il quale a sua volta non vuole truppe Nato alle sue frontiere. L’Italia da parte sua ha già detto che l’opzione migliore sarebbe l’intervento dell’Onu con presenza anche cinese. Comunque la scena internazionale se l’è presa il presidente francese e ancora una volta l’Unione europea è apparsa a rimorchio del protagonismo nazionale degli Stati.

Giorgia Meloni che voleva giocare la parte del pontiere fra Europa e America deve accontentarsi dei complimenti del presidente americano espressi in presenza di Macron. A testimonianza che in politica non contano tanto le affinità ideologiche quanto gli interessi. Macron è politicamente un avversario di Trump ma rappresenta la Francia con un peso specifico in Europa che si quantifica in potenza radioattiva.

I transalpini con De Gaulle si dotarono dell’arma nucleare e adesso ne hanno il monopolio nell’Unione Europea. L’altra potenza nucleare è la Gran Bretagna e questo spiega il pellegrinaggio che l’Ue farà domenica a Londra per discutere con il primo ministro britannico Keir Starmer del riarmo europeo. Il Regno Unito dispone del miglior esercito in Europa dopo quello americano. Non che l’ombrello franco-britannico basti a far fronte alle ottomila e passa testate nucleari di Mosca, ma sono pur sempre un punto di partenza per dare all’Europa la deterrenza necessaria per prevenire un’aggressione.

La vicinanza di Meloni a Musk e la sua sintonia politica con Trump non bastano per primeggiare. A Roma devono capire che non è il bandolo della matassa. Gli Stati Uniti si battono per mantenere l’egemonia sin qui goduta. Biden ha tentato la strada della continuità. Il ritiro caotico dall’Afghanistan ha mostrato però i limiti di questa strategia. L’America non era più in grado di garantire l’ordine mondiale. Ed è il motivo per il quale Trump ha rovesciato il tavolo. Contano gli interessi e gli affari e solo questi sono in grado di mostrare la forza di uno Stato.

Le terre rare sono l’obiettivo per chi vuole garantire la supremazia tecnologica e quindi militare e politica. In Ucraina non vi sono molte terre rare, vi è il titanio. Ed è strategicamente utile per le armi e per gli aerei supersonici. Ma la Groenlandia è invece ricca di quello che serve per la produzione dei computer e di tutti i dispositivi elettronici. Ecco perché la povera Danimarca è sotto il fuoco incrociato di Trump. Così come lo è il canale di Panama ai cui ingressi operano società cinesi in grado di interferire nel vitale traffico degli Stati Uniti, una nazione posta su entrambe le sponde dei due oceani.Ciò che unisce Putin e Trump è il desiderio di smarcarsi dal dominio cinese. Il primo per liberarsi da un abbraccio che può diventare soffocante, mentre per il presidente americano conta staccare la Russia dalla Cina con l’obiettivo di domarne gli appetiti e ristabilire l’ordine americano nel mondo. In questa lotta fra superpotenze contano i numeri. La Germania sino a ieri faceva valere quelli della sua economia, adesso contano i carri armati e le ogive nucleari.

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