
Una presenza su tutti i media per ribadire l’idea di una congiura giudiziaria e una manifestazione di protesta per domenica. La reazione del Rassemblement National alla sentenza che ha trovato Marine Le Pen colpevole (insieme con otto compagni di partito) di una frode ai danni del Parlamento europeo per 2,9 milioni di euro, è stata di certo prevedibile e tutto sommato moderata, ma con un rilancio in tarda sera. Prevedibile perché per il momento la linea del partito resta quella più ovvia: la Le Pen confida nell’appello e nella possibilità di essere dichiarata innocente, quindi di concorrere alle presidenziali del 2027. Moderata per ragioni di convenienza politica che non riguardano solo il Rassemblement National e la sua candidata, che ieri sera ha comunque lanciato la sfida dicendo: «Sono candidata alle presidenziali del 2027».
Della sentenza un solo aspetto era davvero interessante. Non la multa da 100mila euro, non i quattro anni di carcere (due effettivi, da scontare con il braccialetto elettronico) ma la condanna all’ineleggibilità per cinque anni. Il magistrato poteva applicare questo aspetto della pena subito o dopo l’appello, a sua discrezione. Ha scelto di farlo subito, tagliando di fatto fuori la Le Pen da ogni concreta speranza di partecipare al voto del 2027. Teoricamente i tempi ci sarebbero, ma solo in teoria. E lo sanno tutti, compresi quelli che ora minacciano i magistrati via Internet. D’altra parte, anche la magistratura francese ha fatto poco per farsi considerare super partes: dopo le elezioni europee del 2024 e prima di quelle politiche nazionali, il Syndicat de la Magistrature, il più grande del Paese, aveva emesso un comunicato ufficiale per mettere in guardia i francesi dalle «conseguenze catastrofiche» di un’avanzata del Rassemblement.
Però, come si diceva, la drammatica svolta non ha provocato eccessi. Non conviene esagerare in primo luogo alla Le Pen, che sarà personalmente finita dal punto di vista politico ma deve comunque difendere le speranze del partito, che nel 2027 potrà presentare altri candidati, per esempio il suo attuale delfino Jordan Bardella. E non le conviene scatenare le piazze anche per non diventare involontaria promotrice di un’alleanza tra i centristi del premier Francois Bayrou e La France Insoumise del radicale di sinistra Jean-Luc Melenchon in nome della governabilità. Il tutto tenendo presente che a luglio, passato l’anno di rispetto dopo lo scioglimento anticipato del Parlamento deciso da Macron nel 2024, si potrebbe tornare a votare. Sfasciare tutto qualche mese prima non sarebbe un buon viatico.
Ma anche i potenziali rivali, più o meno sinceri, si trattengono. Il premier Bayrou, il cui Governo sta in piedi grazie alla “tolleranza” del Rassemblement National, ha invitato ad attendere l’esito del ricorso prima di emettere giudizi. Lui sa bene di che cosa si tratti, avendo vissuto una traversia giudiziaria durata sette anni, ma finita bene, per un’accusa identica a quella che ha stroncato la Le Pen. Ma lui, come pure Melenchon, sa bene che il grande partito della destra (oltre il 32% dei voti) non è più solo il partito dei Le Pen, ma una formazione con un consenso ormai trasversale e ben radicato. La crisi o l’eliminazione della leader non implica necessariamente il tracollo del Rassemblement. Al contrario, attaccare la Le Pen in questo momento, rischiando di trasformarla in una “martire”, potrebbe addirittura rinsaldare il già ampio consenso per il partito. È un meccanismo che l’Italia conosce bene fin dai tempi del berlusconismo e di cui i francesi sono fin troppo avvertiti. Almeno fino a luglio, quindi, dobbiamo attenderci una partita politica a scacchi, in cui nessuno vorrà indossare i facili, ma sconvenienti panni di chi rovescia il tavolo in un quadro istituzionale che sta in piedi con lo scotch. Poi, se si andrà a elezioni, liberi tutti.
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