È il momento magico della destra. Si contano su meno delle dita di una mano gli Stati europei governati dalla sinistra o dal centrosinistra.Mancava solo che si insediasse al vertice degli Stati Uniti, il Paese di gran lunga più influente dell’Occidente, un personaggio come Trump, patrocinatore di un’Internazionale delle destre, perché il cerchio si chiudesse. Se poi aggiungiamo condizione di stallo in cui si trova la sinistra, possiamo star certi che il predominio della destra non è destinato ad essere per il momento insidiato.
Ma qual è la destra dei nostri tempi? Siamo abituati a usare disinvoltamente termini come destra, sinistra, centro, senza aver chiaro di che cosa parliamo.
Si tratta di riferimenti molto utili per orientarci, ma sono anche fonte di grandi malintesi.
Chiamiamo destra movimenti e partiti collocati in luoghi e tempi diversissimi e che per forza di cose hanno pochi caratteri in comune. Politico di destra è stato considerato, al suo tempo, il gran liberale Cavour. Non avrebbe mai immaginato di essere inserito nella galleria dei politici che vengono etichettati di destra, col risultato di ritrovarsi in compagnia di Mussolini, il nemico del liberalismo e della democrazia. Così, accade che in modo del tutto fuorviante, vengono equiparati come politici di destra l’antifascista Scelba e il neofascista Almirante.
A dir il vero, non c’è chi non veda che c’è destra e destra. Anche oggi, ne parliamo al singolare, ma siamo costretti poi a cercare di distinguere le varie destre mondiali con delle specificazioni. Qualifichiamo, infatti, la destra ora liberale ora autoritaria, ora liberticida ora anarcoliberale, ora sovranista ora nazionalista, ora con il neologismo di democratura, quando non la qualifichiamo espressamente fascista.
Milei è in effetti diverso da Trump: uno è per un liberismo selvaggio, l’altro per un protezionismo duro. Alternative für Deutschland è diverso da Fratelli d’Italia. L’uno è una rivisitazione dell’autoritarismo nazista, l’altro punta a divenire la versione italiana del conservatorismo liberale.
Se però, e qui sta il punto, siamo portati a unificare tutte queste esperienze in una stessa categoria, come espressioni di uno stesso fenomeno, una ragione c’è.
La ragione sta nel fatto che la destra d’oggi si è tutta impastata con i grandi cambiamenti in corso in Occidente: non solo ne è la conseguenza ma anche l’interprete. S’è chiusa da tempo la stagione apertasi con la caduta del comunismo, in cui si era diffusa la convinzione che il mondo, liberatosi dalla contrapposizione tra liberaldemocrazia e comunismo, tra libero mercato e statalismo oppressore, si sarebbe lanciato in una corsa senza ostacoli, confini e limiti, verso un progresso declinato secondo i valori dell’Occidente.
Passati pochi anni, quella previsione si è rivelata fallace. Non abbiamo avuto nessuna fine della storia, nessuna pacificazione del mondo. C’è stata invece l’imprevista comparsa di una frattura. La globalizzazione ha creato opportunità per molti Paesi extraeuropei e penalizzazioni in vasti settori sociali dell’Occidente. Qui le élite finanziarie ed economiche ne hanno beneficiato oltre misura, i ceti popolari - e anche i ceti medi ne hanno invece pagato costi salati. In forme e modi diversi a seconda dei Paesi, la destra ha saputo, più prontamente della sinistra, interpretare i nuovi tempi. Occorre precisare, tuttavia, che saper interpretare un cambiamento non significa anche saperlo governare. Certo è che se la destra resta la sola a dar voce al disagio della maggioranza della popolazione, resta libera per dominare il campo.
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