La riforma elettorale che va bene quasi a tutti

Il “tridente” delle riforme appare spuntato o quasi. È noto che ciascuno dei tre partiti della coalizione di governo si sia intestato una riforma: FdI il premierato, la Lega l’autonomia regionale e Forza Italia la giustizia. Solo quest’ultima sembra procedere, sia pur tra le proteste di toghe e opposizioni. Sul premierato, anche all’interno della maggioranza non sono pochi a sostenere che non sarà approvato entro la fine della legislatura, come invece auspica Giorgia Meloni. L’autonomia, già avversata dagli stessi alleati del Carroccio nei territori del Sud, è stata pesantemente ridimensionata dalle pronunce della Corte Costituzionale.

Se il premierato rischia di finire su un binario morto, la stessa sorte potrebbe toccare alla riforma elettorale, legata a doppio filo a quella istituzionale. In questo scenario, è possibile che anche nel 2027 si voti con il Rosatellum, la legge vigente che lascia ben poco spazio alla discrezionalità dell’elettore e consente alle segreterie di partito di decidere gli eletti. Un elemento che, senza dubbio, ha contribuito ad allontanare i cittadini dai seggi.

Si sa che parlare di questi temi rischia di provocare epidemie di alopecia a chiazze. Eppure, si tratta di questioni fondamentali per la democrazia. Un Parlamento eletto da pochi rischia infatti di trasformarsi in un’aristocrazia partitica. Una possibile strada per invogliare i partiti, sui tutti FdI che ha la maggioranza relativa alle Camere, a restituire ai cittadini la scelta degli eletti potrebbe essere l’applicazione del sistema elettorale attualmente in uso per le Regioni, opportunamente corretto.

Tale sistema è a turno unico e prevede l’elezione diretta del presidente regionale, mentre i consiglieri sono scelti con il metodo proporzionale e le preferenze (attualmente non previste per le elezioni politiche). L’estensione del Tatarellum (dal nome dell’allora esponente di AN che lo ideò) anche alle elezioni politiche rappresenterebbe una sorta di premierato: come avviene oggi per il presidente della Regione, anche il presidente del Consiglio sarebbe eletto direttamente, anziché essere nominato dal capo dello Stato.

Quest’ultimo, con questa riforma, conserverebbe molti dei poteri che invece perderebbe se fosse approvato il premierato così come proposto. Insomma, questa potrebbe essere una soluzione accettabile per chi sostiene la necessità di dare più poteri al capo del governo senza stravolgere la Costituzione. L’obiezione principale è che, con questo sistema, il centrodestra potrebbe risultare quasi sempre vincente. Questo perché la legge elettorale per le Regioni impone alle forze politiche di coalizzarsi prima del voto, anche per beneficiare del premio di maggioranza, un’operazione che riesce meglio alle forze politiche che compongono l’attuale maggioranza rispetto a quelle di opposizione. Tuttavia, a parte il fatto che, mantenendo ferma l’elezione diretta del premier, le altre parti della legge potrebbero essere modificate, resta valido il principio per cui qualunque legge elettorale finisce per avvantaggiare qualcuno. L’attuale, però, favorisce solo la peggior partitocrazia.

Non a caso da mesi si parla di cambiarla, ma alla fine non si fa un passo avanti. Perché conviene a tutti mantenerla così, salvo a quella componente trascurabile che si chiama “cittadini”.

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