La guerra a guida anglo-francese

Giovedì si vedranno a Londra i capi di Stato maggiore della difesa dei Paesi interessati al dispiegamento in Ucraina di un contingente militare. L’obiettivo è garantire sul terreno il rispetto di eventuali accordi di pace.

L’iniziativa è già stata bocciata da Putin che non vuole truppe europee ai propri confini. E poi ci sono problemi organizzativi che rendono un’operazione di peacekeeping non efficace senza l’assistenza logistica e di intelligence degli americani. E tuttavia il progetto va avanti. Qual è dunque la ratio che lo sottende? Gran Bretagna e Francia, le due potenze nucleari di Europa, si sono intestate il compito di difendere l’Ucraina. Gli Stati Uniti si sottraggono e gli anglo-francesi colmano il vuoto politico. L’idea è che se gli europei mettono forze in campo, Mosca ne debba poi tenere conto in sede di trattativa di pace con l’Ucraina. Una forma di pressione psicologica per far presente che non tutto l’occidente disarma.

Le due ex grandi potenze cercano una ribalta e la scarsa manovrabilità dell’Unione europea gliel’ha offerta. In Germania il cancelliere in pectore Friedrich Merz sa che ciò che conta in Europa sono gli Stati e quindi si prenota per un posto nella cabina di comando. Nel gioco dei potenti d’Europa all’Italia rimarrebbe il ruolo di ruota di scorta. Roma quindi si tira fuori e avanza una sua proposta. Alla videoconferenza con Keir Starmer, Meloni partecipa. Anche giovedì i rappresentanti militari italiani non mancheranno all’incontro con i colleghi europei della Nato, della Nuova Zelanda e dell’Australia.

A una condizione: l’Italia non invia soldati. Avere una difesa europea non vuol dire pregiudicare le possibilità di una trattativa. Un nemico per quanto disprezzato diventa prima o poi un interlocutore per una pace giusta. La Commissione von der Leyen si è fatta scappare l’occasione e adesso Trump si fa promotore di pace e l’Arabia Saudita di un chiacchierato principe assurge a centro della trattativa. Sarebbe stato logico e istituzionale muoversi per un vertice dell’Unione europea e poi da quel consesso aprirsi alla Gran Bretagna extracomunitaria. L’opzione militare di Londra è sbilanciata e per Roma può trovare legittimità solo se all’interno di un mandato Onu. Ma per i grandi consessi internazionali sono tempi duri.

Il disordine che ha fatto seguito alla globalizzazione selvaggia degli ultimi 25 anni ha screditato le grandi organizzazioni mondiali. Il Wto, Organizzazione mondiale del commercio, non si è più ripreso dopo aver permesso l’entrata della Cina senza lo straccio di una regola. Disattenzione che è costata il fallimento di migliaia di aziende e praticamente l’impoverimento del ceto medio occidentale a vantaggio di 800 milioni di nuovi ricchi cinesi, il nuovo ceto medio mondiale, ricostituito però in Oriente. Di questo paghiamo le conseguenze in termini politici con la nascita del populismo in Europa e in America, fenomeno fino a trent’anni fa quasi sconosciuto. Anche l’Onu ha subito una perdita di credibilità. Il diritto di veto del Consiglio di sicurezza di fatto paralizza l’azione politica. Donald Trump che propone di far della Striscia di Gaza un mega resort per ricchi turisti è la prova provata dell’impotenza delle Nazioni Unite. Anche l’Unione europea è vittima dell’unanimismo decisionale. Basta un no e tutto si blocca. Nelle grandi decisioni, dalla politica economica comune, all’unione dei capitali fino alla difesa e politica estera il tratto mercatista che ne ha segnato le origini riporta tutto al solo tornaconto nazionale.

Ed è forse per questo che il governo Meloni non taglia i ponti con l’America. Le affinità con Trump sono un capitale politico e in Europa una carta da giocare per trovare una soluzione al conflitto russo-ucraino.

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