Intelligenza artificiale, la sfida si allarga

L’Europa si è svegliata. Parteciperà anche lei alla sfida dell’Intelligenza artificiale. E non solo con la scrittura di regolamenti, quanto mai necessari nell’odierno “Far west” del futuro tecnologico. Seguendo il “modello Cern”, la Commissione Ue ha comunicato a Parigi la nascita di un fondo comunitario che radunerà circa 200 miliardi di euro da privati e dal settore pubblico. Bruxelles tenta così di controbilanciare i 500 miliardi di dollari degli Usa e i chissà quanti miliardi di yuan dei cinesi investiti nell’innovazione.

L’annuncio è giunto al summit internazionale per “l’Azione sull’Intelligenza artificiale”, co-organizzato dalla Francia e dall’India. Parigi punta proprio su New Delhi per definire un’alternativa ad americani e a cinesi in un campo così delicato che ha tutte le potenzialità per rivoluzionare la vita quotidiana dell’intera umanità. La scelta del presidente Macron non è casuale: l’India, la maggiore democrazia al mondo, è il Paese più popoloso del pianeta e ha un alto numero di ingegneri super qualificati. Come si sa, la quantità di dati a disposizione può fare la differenza in un campo così delicato, oggi quasi senza regole. «Sono gli uomini ad avere la chiave - ha sottolineato il premier indiano Narendra Modi - e non le macchine». Ed è proprio qui il problema.

Al summit parigino, a cui era presente pure il segretario dell’Onu Guterres, la Dichiarazione finale è stata firmata da 61 Paesi (tra cui la Cina e l’Italia) che vogliono che l’Intelligenza artificiale sia «aperta, inclusiva ed etica».

In sintesi si spinge per una “governance” comune. Si sono tirati, invece, fuori dall’intesa gli Stati Uniti di Donald Trump e il Regno Unito. Ma non è una sorpresa.

Le ragioni di tale smarcamento sono le più diverse, da quelle evidenti finanziarie a quelle storico-culturali. La maggiore paura degli anglo-americani, resa pubblica ufficialmente dal vicepresidente Usa James David Vance, è che le troppe regole portino ad un rallentamento del progresso: si guarda eccessivamente ai rischi e meno alle incredibili possibilità innovative.

Gli americani desiderano così tenersi tutte le opzioni aperte, poiché sono convinti di essere in pole position nelle ricerche e nelle risorse investite. Il loro approccio è simile a quello avuto a fine XIX secolo, quando in America si crearono enormi oligopoli, monopoli e cartelli.

Gli Usa diventarono lo stesso una grande potenza industriale ed economica. I Rockfeller, i Carnegie di ieri sono i Musk e gli Altman di oggi. Alla domanda su chi sarà la futura “superpotenza” dell’innovazione, l’Amministrazione Trump risponde: «Gli Stati Uniti». E invita gli europei a stare in guardia dal «collaborare con regimi autoritari» (leggasi Cina).

Il Regno Unito non fa altro che accodarsi all’altra sponda dell’Atlantico per ragioni pratiche e politiche. Le prime sono dovute all’integrazione con i sistemi Usa; le seconde ricordano quando, all’alba per XXI secolo, l’allora premier Tony Blair appoggiò George Bush jr. nell’Operazione in Iraq esclusivamente «per non lasciare solo» l’alleato americano.

Il summit di Parigi segna, comunque, una svolta. A parte il risveglio dell’Europa, la comunità internazionale si è resa conto del pericolo rappresentato dagli algoritmi - fuori controllo e nelle mani sbagliate - in grado di influenzare il futuro digitale del mondo, le culture e le società in toto.

E ha preso le prime contromisure.Nessun soggetto privato deve essere nella posizione di poter mettere le mani dentro ai pensieri della gente. Saranno semmai poi gli Stati a gestire tra loro gli equilibri geopolitici globali.

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