Germania, lo stop alla destra (per ora)

Magari a Berlino non c’è un giudice, ma un elettore sì. Anzi, parecchi.

Il dato più eclatante e sorprendente della tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento federale tedesco riguarda l’affluenza, che ha raggiunto l’83%, sette punti in più rispetto al 2021, nonostante condizioni economiche e sociali ben diverse da quelle di quattro anni fa. La Germania, infatti, sta attraversando una fase di profonda crisi economica, dovuta principalmente alle difficoltà del settore automotive, tradizionale leva del Pil e ai rincari delle fonti energetiche non più alimentate dal gas russo . Una situazione che, di solito, alimenta la disaffezione verso le urne per la sfiducia in una classe politica percepita come incapace di risolvere i problemi.

Certo, si potrebbe anche sostenere che proprio questa crisi possa aver stimolato la volontà di cambiamento, spingendo gli scettici a votare forze politiche nuove e alternative all’attuale governo. A Berlino e dintorni, però, tutto questo è accaduto solo in parte. È vero che l’estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD), che si richiama in maniera esplicita al nazismo, ha superato il 20%, raddoppiando i consensi e diventando il secondo partito del Paese. Ma il suo exploit non è sufficiente per governare.

A vincere le elezioni è stata un’altra forza politica che, pur essendo all’opposizione nell’ultima legislatura, ha guidato a lungo il Paese sotto la Cancelleria di Angela Merkel: la Cdu di Friedrich Merz, prossimo capo dell’esecutivo. Quest’ultimo dovrà inevitabilmente, per evitare di coinvolgere l’AfD, costruire una coalizione con i socialdemocratici dell’Sdp, i grandi sconfitti annunciati di questa tornata, guidati dal Cancelliere uscente Olaf Scholz.

È chiaro che l’aumento dei consensi dell’estrema destra, concentrati soprattutto nei Länder dell’ex Ddr, rappresenta un segnale preoccupante. Tuttavia, la tenuta del sistema attorno alla Cdu, una sorta di post-Democrazia Cristiana tedesca, assume un’importanza cruciale anche in ottica di continuità della politica europea. Se ciò rappresenti un bene, considerando le incertezze globali seguite all’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca, resta da vedere. Quel che è certo è che un ulteriore exploit dei post-nazisti, peraltro sostenuti da Elon Musk, avrebbe compromesso quasi fatalmente l’unità continentale.

Certo, non si può escludere che questo scenario sia solo rimandato di quattro anni. Il precedente italiano, con l’affermazione di Giorgia Meloni dopo anni di opposizione, spesso solitaria rispetto alla grande coalizione che sosteneva Mario Draghi, è sotto gli occhi di tutti. Tuttavia, con il clima politico attuale e l’accelerazione impressa da Trump a livello globale, fare previsioni risulta arduo.

Molto dipenderà anche dalla capacità di Merz di governare affrontando la crisi economica, le gravi difficoltà del settore manifatturiero e le conseguenti tensioni sociali, fattori che potrebbero spingere il Paese su un binario distante da quello europeo.

Il prossimo cancelliere ha già fatto capire che si distinguerà da Angela Merkel, puntando a un nuovo modello di sviluppo in grado di integrare la produzione industriale con la digitalizzazione e la ricerca tecnologica, rompendo il tabù del vincolo di bilancio.

Meglio comunque concentrarsi sul presente, che ci restituisce una Germania meno inquietante di quanto sarebbe stata con l’estrema destra al governo. Va detto, però, che l’AfD non è paragonabile a Fratelli d’Italia, mentre il discorso cambia se si guarda alla Lega di Matteo Salvini.

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