Viviamo nell’epoca dei paradossi ed eccone servito uno: una bambina di quattro anni e mezzo viene “richiamata” - non dal preside di Hogwarts, ma da una maestra vera, di scuola materna vera - perché troppo educata.
Non perché ha tirato i capelli a un compagno, né perché ha rovesciato il succo sull’album da disegno della vicina di banco. No, il suo problema è l’educazione.
La piccina infatti quando ha bisogno di un pennarello chiede permesso: «Posso?». Quando i compagni litigano, cerca di fare da paciera. «Non va bene», dice la maestra alla sua mamma. Non è compatibile con l’ambiente. La bambina è come un girasole in un cespuglio di rovi. Come Jane Austin a un rave.
Non è la trama di un romanzo distopico. È una lettera vera, arrivata a un giornale vero, “L’Eco di Bergamo”, scritta da una madre vera.
Una madre che scopre che crescere una figlia gentile ed educata potrebbe diventare un problema, soprattutto in futuro. Che la gentilezza — quella antica, quasi imbarazzante, come quella di Heidi o Beth March di “Piccole donne” — è diventata una debolezza da correggere. Una tara educativa. Una rottura di scatole per chi ha da badare a trenta bambini e magari non ha tempo di rispondere a chi chiede «posso?».
Allora quel «posso» ce lo prendiamo in prestito. Possiamo far finta di niente di fronte a questa lettera? Possiamo ignorare il fatto che in una società dove l’aggressività viene scambiata per carattere, l’empatia e la buona educazione diventano un difetto? Dovremo correggere le favole? Dobbiamo chiedere alla Pimpa di dare un pugno ad Armando? A Biancaneve di prendere a calci i sette nani? A Cenerentola di avvelenare Gus e Jaq col topicida? Possiamo accettare che l’educazione, anziché essere l’orizzonte, il limite amniotico in cui nuotare, diventi un ostacolo che rischia di farci affogare?
In un’epoca in cui ci lamentiamo (giustamente) del bullismo che imperversa, dell’egoismo dilagante, della violenza tra ragazzi, ci permettiamo di stigmatizzare chi prova ad andare controvento, di atteggiarsi a minuscola costruttrice di pace. Chi, fin da piccolo, sente che l’altro non è un nemico da sconfiggere ma un compagno da difendere, non da sopraffare. È vero ci sono anche Pippi Calzelunghe e Matilda, ma mi paiono più esempi di carattere visionario e ribelle che di bullismo.
Questa lettera, così tenera e così dolorosa nella sua ingenuità disarmata, ci dice una cosa semplice e tremenda: stiamo smarrendo il senso della misura, ci stiamo abituando alle cattive maniere. L’educazione ci pare strana. La cortesia, sospetta. L’umanità, inutile. Gli esempi politici – italiani e stranieri – non aiutano.
La madre scrive che non ha insegnato preghiere alla figlia, quelle che ti accompagnano tutta la vita, come L’Angelo di Dio (ma ha ancora tempo per farlo). Però va precisata una cosa. Non le ha insegnato a recitare l’”Ave Maria”, ma le ha insegnato qualcosa che sta a monte: la pietas. Quella che ti fa chinare davanti a un dolore. Quella che ti fa alzare la mano per dire: «Scusi, ma lui si è fatto male». Quella che ti fa dire “grazie”. Quella che dovrebbe essere la base di ogni religione, e che invece oggi spesso viene biasimata con commiserazione.
Probabilmente lo dicono a fin di bene le maestre, pensano che la bambina possa essere derisa, presa in giro per quello strano atteggiamento da Principessa Sofia. Ma educazione non significa debolezza. Anzi.
Le buone maniere sono le armature dei cuori gentili, non escludono certo coraggio, determinazione e fortezza di carattere. Sarebbe bello che qualcuno lo dicesse alle signore maestre. Con gentilezza, s’intende.
© RIPRODUZIONE RISERVATA