
“In Lombardia sta succedendo qualcosa che non si spiega.” Così titolava un quotidiano nazionale nei giorni successivi alla scoperta del primo caso europeo di Covid-19 all’Ospedale di Codogno. Da quel momento, un vortice di notizie drammatiche, affermazioni azzardate e qualche strumentalizzazione ha travolto il dibattito pubblico. Tutti divennero improvvisamente esperti di epidemiologia, di virologia, di modelli previsionali e di misure di prevenzione. Tra queste alcune furono efficaci (mascherine e test sui contatti), altre inutili come la misurazione della temperatura corporea e l’App Immuni.
Sono passati cinque anni da quando la pandemia colpì duramente l’Italia, e in particolare la Lombardia con due focolai principali nel lodigiano e nella bergamasca (con propaggini nel lecchese). In quei giorni, si diffuse l’idea che la Regione avesse pagato un prezzo sanitario più alto per inefficienze del sistema.
Il nostro gruppo di ricerca, con studi epidemiologici rigorosi, ha invece dimostrato che l’apparente maggiore impatto era dovuto alla combinazione di una popolazione più anziana (il doppio rispetto ad altre regioni europee) e alla circolazione precoce e inosservata del virus nella popolazione.
Il Servizio Sanitario Regionale Lombardo, messo a dura prova, ha reagito invece con straordinaria resilienza, riuscendo a raddoppiare i posti di terapia intensiva in sole sei settimane garantendo in pochi giorni un ricovero per tutti i bisognosi di cure.
Oggi, con un sorprendente meccanismo di rimozione, il Covid sembra essere quasi dimenticato. Perfino i soggetti più a rischio rinunciano alla dose vaccinale di richiamo, spesso senza ricevere un’adeguata raccomandazione da parte dei loro medici. La scienza, però, ha fatto passi avanti straordinari: lo sviluppo di un vaccino efficace in pochi mesi è stato un successo senza precedenti, e la condivisione tempestiva dei dati scientifici ha migliorato la risposta globale alle emergenze sanitarie.
Il Servizio Sanitario Nazionale, al contrario, ne esce profondamente indebolito. Le liste d’attesa si sono allungate per il mancato recupero delle prestazioni saltate durante la pandemia, la riforma della medicina territoriale procede a rilento, gli investimenti del Pnrr stentano a tradursi in azioni concrete ed efficaci, e molti operatori sanitari, logorati dal burnout, hanno abbandonato il proprio ruolo. La carenza di personale sanitario, sia medico che infermieristico, è oggi più grave che mai, mentre le risorse per il sistema sanitario continuano a scarseggiare.
Cinque anni dopo, la domanda è inevitabile: abbiamo davvero imparato la lezione?
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