
Vino e macchine utensili: la scure dei dazi di Trump sull’export di Lecco e Sondrio
Lecco
Una bottiglia di Sforzato, un componente meccanico di precisione, una vaschetta di bresaola artigianale. Prodotti simbolo del saper fare delle province di Lecco e Sondrio che, ogni giorno, attraversano l’oceano per raggiungere gli scaffali, le tavole e le aziende statunitensi. Ma per quanto ancora?
Il presidente Donald Trump ha annunciato ieri dazi al 20% su tutte le importazioni di merci dall’Unione europea. E per due territori che guardano con attenzione al mercato americano, il timore è concreto: perdere competitività, mercato e, in ultima analisi, fatturato e occupazione.
Il valore del legame con gli Stati Uniti
Nel primo semestre del 2024, la provincia di Lecco ha esportato verso gli USA merci per 225,3 milioni di euro, pari al 7,5% del totale export locale. A dominare la scena sono prodotti metalmeccanici, macchinari e componenti industriali.
Anche Sondrio fa la sua parte: 31,7 milioni di euro di merci esportate negli Stati Uniti, con un’incidenza di circa il 6%. Qui il peso dell’agroalimentare è molto più rilevante: vino, salumi, formaggi e specialità montane rappresentano una quota importante del valore esportato.
Il saldo commerciale con gli USA è ampiamente positivo per entrambe le province: +186 milioni di euro per Lecco, +22 milioni circa per Sondrio.
Cosa succederà con i dazi?
Con le misure introdotte da Washington il colpo per le imprese locali potrebbe essere pesante. I dazi al 20% sulle merci europee avranno l’effetto far aumentare i prezzi al consumo negli USA, rendendo i prodotti lecchesi e sondriesi meno competitivi rispetto a quelli americani o di altri Paesi non colpiti. Nel lecchese, il comparto metalmeccanico e delle lavorazioni in metallo – che vale quasi il 40% dell’export – sarebbe tra i più colpiti. I dazi, in questo caso, impatterebbero su ordini industriali, rapporti di fornitura consolidati, e margini già compressi. A Sondrio, invece, i riflettori sono puntati sull’enogastronomia di qualità. Il rischio non è solo economico: è anche d’immagine. I produttori locali temono che un aumento dei prezzi possa spingere i distributori USA a sostituire i loro prodotti con alternative cilene, argentine o australiane. Le imprese si stanno già muovendo: chi può cerca nuovi mercati in Asia e Sud America, altri investono in vendita diretta ed e-commerce. Ma la sfida non è semplice, soprattutto per le piccole realtà.
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