
Cronaca
Martedì 25 Marzo 2025
Strage di Erba, oggi o mai più: la Cassazione decide sul ricorso della difesa
Erba
Roma, ultima frontiera. Entro questa sera Rosa Bazzi e Olindo Romano sapranno se continuare a sperare o se arrendersi. E, soprattutto, i famigliari delle vittime della strage dell’11 dicembre di diciotto anni fa sapranno se, infine, avranno anche loro diritto al silenzio. E all’elaborazione di un lutto negato da un’onda revisionista che si è abbattuta su uno dei processi, sulla carta, più scontato della storia giudiziaria italiana. Invece no. Nonostante ben 29 giudici abbiano detto che la condanna all’ergastolo dei due coniugi di via Diaz sia sacrosanta, siamo ancora qui. In Cassazione. Come nel maggio del 2011, quando in teoria tutti pensavano che fosse finita. Ma, forse, il seme innocentista venne piantato proprio allora. Quando, in un bar appena dietro al palazzo della Cassazione di piazza Cavour, incontrammo casualmente Azouz Marzouk, fino a quel momento talmente convinto della colpevolezza dei suoi vicini di casa da invocare la pena di morte. E invece, colpo di scena: «Non credo siano stati loro». Il voltafaccia del marito di Raffaella Castagna e del papà di Youssef è stato il grimaldello per spalancare le porte a una campagna innocentista che ha mosso telecamere e microfoni. E che è arrivata a un passo dalla revisione. A Roma, oggi, si discute proprio di questo: se quel passo, interrotto dalla sentenza netta e decisa e senza tentennamenti della prima sezione della Corte d’Appello di Brescia, doveva essere compiuto oppure no. I difensori di Romano e Bazzi (gli avvocati Luisa Bordeaux, Nico Vincenzo D’Ascola, Patrizia Morello, capitanati da colui che più di altri s’è battuto per fa riaprire il caso, ovvero Fabio Schembri) hanno presentato un ricorso di 111 pagine. Al quale, ha fatto seguito, la scorsa settimana, una memoria aggiuntiva di altre 17 pagine, per chiedere l’annullamento della sentenza che ha dichiarato inammissibile l’istanza di revisione.
Il ricorso del pool di avvocati che assiste i coniugi di via Diaz, condannati in via definitiva all’ergastolo come responsabili della strage (vale la pena ricordare i nomi di chi è stato ucciso 18 anni fa: Youssef Marzouk, 2 anni, la madre Raffaella Castagna, la nonna Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini, intervenuto per prestare aiuto ai vicini con il marito Mario Frigerio, ferito gravemente nell’agguato), di fatto ripercorre tutte le contestazioni già discusse ampiamente a Brescia lo scorso anno.
A caldo, a luglio, subito dopo la sentenza, Fabio Schembri aveva accusato i giudici di aver violato le norme processuali perché una volta aperto il processo di revisione, la Corte avrebbe avuto l’obbligo (a suo dire) di discutere in aula in “contraddittorio” delle asserite nuove prove presentate dalla difesa. Si tratta dell’argomento più tecnico del ricorso, dove viene sottolineato come «la fase preliminare» del processo di revisione sia stata «del tutto trasfigurata» in quanto sarebbe «coincisa con una impropria fase di giudizio basata su elementi non verificati». In buona sostanza si sarebbe «avuto un giudizio senza contraddittorio». Questo è l’aspetto più tecnico e giuridico tra tutti ed è, probabilmente, anche quello più “pregnante” per un vaglio da parte della Cassazione che, com’è noto, si pronuncia su questioni di diritto e non di merito.
Nel resto del ricorso si toccano tutti i capisaldi dell’innocentismo: le confessioni “estorte”, il falso ricordo di Frigerio, la macchia di sangue fantasma. I difensori, siccome sapevano che nel merito non sarebbero dovuti entrare, nel loro appello hanno dovuto più volte rimarcare la necessità di «richiamare i termini essenziali della prospettazione delle nuove prove (...) non certamente per devolvere un inammissibile vaglio nel merito» ma, hanno sottolineato, «per rendere più agevole la comprensione dei motivi» del ricorso. Ma al netto delle suggestioni già ascoltate sia in aula che nelle puntate delle trasmissioni innocentiste (ben due sia su Rai che su Mediaset negli ultimi giorni), oggi la Cassazione si dovrà limitare a dire se la Corte d’Appello di Brescia abbia rispettato il Codice oppure se la sentenza abbia dei buchi in diritto. In quest’ultimo caso, si tornerà in aula, a Brescia, davanti all’altra sezione della Corte d’Appello per il processo di revisione. Nel primo caso, invece, sarà il momento dei titoli di coda. Quelli definitivi. Il “the end” che potrebbe far finalmente calare l’oblio sul sangue, le illazioni, il dolore, il lutto.
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